Introduzione · il territorio, l'unità di misura, il metodo
Dove comincia il racconto
Brescia è una provincia grande e molto varia. La media ci dice qualcosa?
Il territorio. La provincia di Brescia include il Garda e la Val Camonica, la Bassa agricola e la Val Trompia delle acciaierie, una città di duecentomila abitanti e comuni da centocinquanta. Nessuno di questi posti somiglia alla media di tutti gli altri, ed è il motivo per cui qui l'unità di misura sono i comuni, tutti e 205.
La distanza fra le parti. Il capoluogo pesa 15,8 % della popolazione e 21,1 % degli addetti (le persone che lavorano): molto, ma non abbastanza da essere la provincia. Il comune mediano ha 3.671 abitanti, cioè un cinquantesimo della città. Bisogna tenerlo a mente ogni volta che qui compare il valore medio della provincia: quel numero nasconde questa distanza.
il metodo Le due regole che valgono per tutto il progetto
Ogni numero è riproducibile: viene da una tabella pubblica e da uno script pubblico, e nessuna cifra di questo testo è scritta a mano. Sono tutte ricalcolate quando la pagina viene costruita.
E si distingue sempre quello che i dati permettono di affermare da quello che non permettono, che è la sezione finale.
- I redditi convergono: chi partiva sotto cresce più in fretta. Ma i due estremi si allontanano.
- Gli stipendi fanno lo stesso. +25,4 % in 16 anni, il 5,7 % in meno al netto dell'inflazione. Non capita solo a Brescia: succede in 102 province su 103.
- La casa costa come nel 2004 e vale un terzo in meno. In euro correnti il metro quadro del capoluogo fa +2,3 % in ventun anni; in euro di oggi fa -30,8 %, mentre le compravendite +134,5 %.
- Il crollo della grande industria in città non è avvenuto.
- Ci sono due economie, la manifattura nelle valli e il turismo sul lago.
- Brescia è la decima provincia turistica d'Italia, la sesta per clienti stranieri.
- L'aria è molto migliorata, il clima no: polveri e biossido di azoto scendono di circa il quaranta per cento in vent'anni, l'ozono non si muove, la temperatura sale in tutte le stazioni della provincia.
- Metà della provincia si svuota: i comuni che perdono abitanti confinano fra loro e sono quelli in montagna.
- 53.224 persone sono nate qui da genitori stranieri, e metà non ha la cittadinanza: la provincia cresce perché diventa italiana gente che c'era già.
- «Territorio di microimprese» descrive l'Italia, non Brescia.
Redditi · 2012–2023
I redditi si avvicinano, i luoghi no
Se i comuni ricchi diventano più ricchi, la provincia si polarizza. E se invece succede il contrario?
Sui redditi dichiarati la provincia fa l'opposto della popolazione. Fra il 2012 e il 2023 il reddito medio per contribuente cresce quasi ovunque, con una mediana comunale di 2,23 % l'anno, ma cresce di più dove partiva basso.
«Quasi», e non «ovunque», per una ragione che vedremo meglio nella storia della casa: quel 2,23 % è in euro correnti, e nello stesso periodo i prezzi sono saliti del 21,4 %. Al netto dell'inflazione la mediana scende a 0,44 % l'anno, e 45 comuni su 205 perdono potere d'acquisto. La convergenza regge, perché è una relazione fra comuni e l'inflazione è la stessa per tutti; la frase «i redditi crescono» no.
Fig. 1 Reddito di partenza e crescita successiva
La nuvola scende: i comuni che partivano poveri corrono di più. Il secondo pulsante rifà lo stesso conto mettendo sull'asse il reddito di arrivo invece di quello di partenza: i valori che ne escono ingannano, perché la nuvola sembra dire il contrario. Il riquadro qui sotto spiega perché. L'asse orizzontale è lo stesso nelle due viste, così si vede anche di quanto la provincia si è spostata a destra.
Tutti i dati rappresentati nei grafici si possono vedere anche come tabelle nella pagina delle tabelle, oltre che sotto ogni figura.
attenzione Con quale livello si misura la convergenza
Con il reddito iniziale sull'asse orizzontale la correlazione vale -0,45: convergenza. Con il reddito finale vale 0,12, e sembra il contrario.
Il secondo numero è un artefatto: il livello finale contiene la crescita, quindi chi è cresciuto di più finisce meccanicamente più in alto. Solo il primo risponde alla domanda.
Convergenza non vuol dire uguaglianza, e nemmeno che tutti si avvicinino. La distribuzione si è stretta davvero: fra il comune al novantesimo percentile e quello al decimo il rapporto scende da 1,34 a 1,26. Ma i due estremi si sono allontanati: Padenghe sul Garda dichiara 39.174 euro per contribuente e Magasa 15.598, cioè 2,5 a uno contro i 2,2 di undici anni prima.
la metrica Due risposte diverse alla stessa domanda
Il rapporto fra il massimo e il minimo lo decidono due comuni su duecentocinque, e sono sempre gli stessi due: cambia perché a uno dei due è successo qualcosa, non perché sia cambiata la provincia. Il rapporto fra decili guarda la stessa distanza saltando le code, e dice il contrario.
Entrambe sono vere: il grosso dei comuni si è avvicinato, la cima si è staccata.
controllo La convergenza è bresciana? Rifatta identica su Bergamo.
Sui 240 comuni della provincia di Bergamo, la gemella per dimensione e storia industriale, lo stesso conto dà -0,48 contro i -0,45 di Brescia: la stessa cosa, con la stessa forza. Quello che succede qui succede anche lì, e forse in tutta Italia.
Due province non bastano a dirlo, ma bastano a togliere a questa storia la parola «bresciana».
Il reddito è ancorato alla geografia quanto la popolazione: l'indice di Moran sul livello del 2023 vale 0,43, più alto di quello sulla crescita demografica. I comuni ricchi stanno vicino ad altri comuni ricchi: la sponda del Garda e la cintura della città da una parte, l'alta valle dall'altra.
la metrica Che cos'è l'indice di Moran
Misura una cosa sola: quanto un comune somiglia ai comuni con cui confina. Vale circa 0 quando i valori sono sparsi a caso sulla mappa, sale verso +1 quando i simili stanno vicini fra loro, scende verso −1 quando i vicini sono sistematicamente diversi, cioè quando la mappa è una scacchiera.
Serve a sapere se l'unità del fenomeno è davvero il comune. Un indice alto dice che non lo è: la cosa che cambia è la valle, o la sponda, e i confini comunali la tagliano invece di descriverla. È il motivo per cui torna più volte in questa pagina, e ogni volta con lo stesso significato.
Due comuni sono vicini se i loro poligoni condividono almeno un punto di confine. Sul Garda i confini passano dentro il lago, quindi due comuni su sponde opposte risultano contigui: amministrativamente è giusto, economicamente è discutibile, e va ricordato quando l'indicatore riguarda il turismo.
Il grosso dei comuni bresciani si sta avvicinando nei redditi, la cima si stacca, e non è una peculiarità locale.
derivato · MEF: dichiarazioni dei redditi; ISTAT: indice dei prezzi al consumo · I livelli e i tassi di crescita sono in euro correnti dove non è detto altrimenti; le cifre «al netto dell'inflazione» sono deflazionate con l'indice nazionale (21,4 % fra il 2012 e il 2023) · L'inflazione non tocca la correlazione, perché è comune a tutti i comuni · Contribuenti, non residenti: chi non dichiara non c'è · Redditi dichiarati, che non sono ricchezza.
Lo stesso divario, su quello che si guadagna. → Gli stipendi sono saliti, e valgono meno
Retribuzioni · 2008–2024
Gli stipendi sono saliti del 25,4 %, e valgono il 5,7 % in meno
Le retribuzioni crescono quasi ogni anno da sedici anni. Perché non si vede?
Un dipendente bresciano guadagnava 20.272 euro l'anno nel 2008 e ne guadagna 25.418 nel 2024: +25,4 %.
Nello stesso periodo i prezzi al consumo salgono del +32,9 %. In euro di oggi quei 20.272 del 2008 valevano 26.942: quella di oggi vale il 5,7 % in meno.
Fig. 2 Sedici anni di retribuzione media, in due modi
Retribuzione annua per dipendente privato non agricolo in provincia di Brescia, in euro correnti e in euro del 2024. Le due linee si toccano nell'ultimo anno perché lì l'inflazione da scontare è zero.
La forma conta più della cifra. In euro costanti la retribuzione sta ferma per 11 anni: 26.942 nel 2008, 26.931 nel 2019. Poi ne perde il 5,6 % in 5 anni. Dal massimo del 2016 manca il 7,0 %.
controllo Non è che si lavorano meno giorni?
La retribuzione annua conta anche chi ha lavorato un mese solo, quindi più part-time e contratti più corti la farebbero scendere senza che nessuno venga pagato di meno. È una lettura alternativa che va misurata.
Non regge. Le giornate retribuite per lavoratore vanno da 256,9 a 256,6: ferme. E la retribuzione giornaliera in euro di oggi fa 104,9 € → 99,1 €, cioè -5,6 %: lo stesso calo dell'annua. A scendere non è il tempo lavorato, è il prezzo di una giornata.
Anche qui, non si tratta di un fenomeno solo bresciano. Su 103 province, 102 chiudono più in basso di come hanno aperto, con una mediana di -7,3 %. L'unica che cresce è Belluno, di +0,2 %; la peggiore è Palermo, a -18,4 %. Brescia sta a -5,7 %, 31ª: sopra la mediana, e comunque sotto zero.
Fig. 3 Le province italiane, variazione reale 2008–2024
Ogni punto è una provincia. La posizione verticale non significa niente: serve solo a non sovrapporre i punti vicini.
È la seconda volta che questa pagina mostra lo stesso divario: prima sui redditi dichiarati, adesso sulle buste paga, e fra poco sulla casa. Tre misure diverse, tre fonti diverse, sempre la stessa distanza fra una crescita in euro correnti e quello che quegli euro comprano. L'inflazione è una costante di questo racconto.
Le retribuzioni bresciane crescono del 25,4 % in 16 anni e comprano il 5,7 % in meno. Non è perché si lavora meno e non è un problema solo di Brescia.
derivato · INPS, Osservatori statistici; ISTAT: indice dei prezzi al consumo (NIC) · Il perimetro è dipendenti privati non agricoli: non sono tutti i lavoratori, e questa tabella non si somma agli addetti del registro delle imprese né ai contribuenti del MEF · La retribuzione media è un rapporto fra due conteggi della fonte, non una stima · Gli euro costanti sono deflazionati con l'indice nazionale · 103 province su 107 nel confronto: quelle nate dopo il 2004 non hanno il 2008 · Il taglio per settore non c'è: l'API della fonte lo espone con un identificativo non documentato.
E una terza volta, sul bene che vale di più. → La casa costa come nel 2004
Casa · Agenzia delle Entrate, quotazioni OMI, 2004–2025
La casa costa come nel 2004, e vale un terzo in meno
Nel capoluogo il metro quadro costava 1.788 € nel 2004 e ne costa 1.829 oggi. Ventun anni per +2,3 %: è un mercato in cui non è successo niente?
È successo il contrario, e per vederlo basta un numero: l'inflazione. Fra il 2004 e il 2025 i prezzi al consumo salgono del +47,8 %, quindi quei 1.788 € del 2004 sono 2.642 € di oggi. Il metro quadro non è fermo: ha perso -30,8 %. Il mercato sembra immobile, ma lo stavamo misurando con un righello che si accorcia.
Fig. 4 Lo stesso metro quadro, con due righelli
Prezzo medio delle abitazioni civili in vendita nel comune di Brescia, €/m² su superficie lorda.
Fig. 5 Prezzo reale e scambi, dal 2011
Le due serie indicizzate al 2011 = 100, il primo anno in cui esistono entrambe.
Il metro quadro del capoluogo in euro correnti: da 1.788 € nel 2004 a 1.829 € nel 2025. Ventun anni per +2,3 %. Guardata così, questa linea non ha nessuna storia da raccontare.
La seconda linea è la stessa serie, riportata in euro del 2025. Non è un altro dato: è lo stesso, misurato con un righello che non si accorcia. Quei 1.788 € del 2004 valevano 2.642 € di oggi.
La distanza fra le due linee è l'inflazione: +47,8 % in ventun anni. Il prezzo reale ha perso -30,8 %. E le due si toccano nell'ultimo anno per costruzione, perché lì l'inflazione da scontare è zero: non è un artefatto da nascondere, è la chiave di lettura del grafico.
Le compravendite del capoluogo, cioè le transazioni normalizzate sulla quota di proprietà con cui l'Agenzia conta gli scambi residenziali, toccano il fondo nel 2013 con 1.364 e arrivano a 3.199 nel 2025: +134,5 %. Le due serie sono indicizzate al 2011 = 100, e non affiancate in unità proprie: €/m² e numero di transazioni su un asse solo sarebbero due scale diverse nascoste in un grafico.
Non si contraddicono, e messe una accanto all'altra dicono una cosa sola che nessuna delle due dice da sola: si vende molto di più, a un prezzo reale molto più basso. È il risultato della storia della casa, e sta tutto in questo scarto fra le due curve.
la metrica, in chiaro Da dove viene l'inflazione, e perché non era già qui
Fino a qui nessuna cifra in euro del progetto era deflazionata, e ogni volta lo diceva: i redditi sono in euro correnti, quindi una parte della crescita è inflazione e non si sapeva quanta.
La serie è l'indice ISTAT dei prezzi al consumo (NIC), medie annue, e ha una peculiarità di cui bisogna tener conto: ISTAT lo pubblica in tre basi che non si sovrappongono mai: 1995 = 100 fino al 2010, 2010 = 100 fino al 2015, 2015 = 100 da lì. Incolonnarle così produce due crolli del trenta per cento mai avvenuti, e la serie supera ogni controllo che venga in mente: anni tutti presenti, valori positivi, indice crescente a tratti.
Il raccordo si fa con la variazione annua che la stessa fonte pubblica: dentro una base valgono i livelli, alle giunzioni vale la variazione. Il controllo che tiene in piedi la serie non guarda i livelli, guarda che ogni rapporto fra anni consecutivi riproduca la variazione dichiarata.
È l'indice italiano, non quello bresciano, e questa è un'assunzione che non si può togliere: un indice provinciale dei prezzi al consumo non esiste per tutta la serie. Ogni «euro costante» di questa pagina assume che l'inflazione bresciana sia quella italiana.
Dentro la città. Le quotazioni OMI portano una grana che al progetto è sempre mancata: la zona, quanto di più vicino a un quartiere esista in un dato ufficiale italiano. Permette di fare la domanda che si fa alle città, «il centro si è allontanato dalla periferia?», e la risposta bresciana è il contrario: la forbice fra la zona più cara e la più economica passa da 2,21 a 1,97. In euro costanti perdono quasi tutte, e chi partiva più caro ha perso di più.
Fig. 6 La zona più cara, quella mediana e la più economica
€/m² in euro del 2025, sulle 13 zone OMI del comune di Brescia presenti in tutte le 22 annate. Tre linee e non tredici: la cosa da vedere è che la distanza fra l'alto e il basso si accorcia. Alto e basso sono ricalcolati ogni anno, e il suggerimento dice quale zona li occupa.
controllo «La più economica» non è sempre la stessa zona
Le tre linee qui sopra sono inviluppi, non tre zone seguite per ventidue annate: massimo e minimo si ricalcolano ogni anno, e la zona che li occupa può cambiare. In cima non cambia mai, è sempre B3; in fondo si alternano 3 zone: E1, B4, C3. Chi legge la linea di sotto come il percorso di un quartiere legge una cosa che non c'è, ed è per questo che ogni punto porta accanto il nome della sua zona.
È la stessa distinzione con cui la storia dell'aria tratta le centraline. Il panel bilanciato tiene ferme quali zone entrano nel confronto; non dice nulla su quale stia in cima o in fondo, che è una seconda domanda.
Il risultato non dipende da questo. Rifacendo la forbice sulle due zone che stavano agli estremi nella prima annata e seguendo quelle fino in fondo, si passa da 2,21 a 1,97, cioè le stesse due cifre dell'inviluppo. La frase «la forbice si stringe» regge in entrambe le letture, e questo riquadro esiste perché non era ovvio prima di controllare.
controllo Le zone del 2004 non sono le zone di oggi
Il capoluogo ha 23 zone quotate in ogni annata, e sembrerebbe una rete stabile. Non lo è: nel 2024 la zonizzazione viene rifatta, dieci perimetri finiscono e dieci cominciano. Le zone restano 23 ma non sono le stesse, e una media su «quelle che ci sono» misurerebbe anche il cambio di perimetro.
Il confronto lungo si fa quindi sulle 13 zone presenti in tutte le annate, che è la stessa disciplina con cui la storia dell'aria tratta le centraline: su una rete che apre e chiude stazioni, la media di quello che c'è misura anche la rete.
Fuori dalla città il quadro è più netto. Su 203 comuni quotati, 181 perdono valore reale, mediana -1,11 % l'anno; i pochi che guadagnano sono il lago e l'alta montagna: Temù, Sale Marasino, Toscolano-Maderno. Non è una crisi bresciana: sono ventun anni di case che non tengono il passo di tutto il resto, in un territorio che intanto si è svuotato a monte e ha visto i redditi avvicinarsi.
Fig. 7 Dove la casa ha perso di più
Variazione reale del prezzo al metro quadro, 2004–2025, in per cento all'anno. La scala è la stessa delle altre variazioni di questa pagina: blu dove il calo è più forte, rosso dove il prezzo ha tenuto o è cresciuto. Quasi tutta la provincia è dalla parte fredda. I due comuni tratteggiati non sono a zero: non sono nella fonte.
La geografia del livello è quella che questa pagina ha già incontrato due volte. Il metro quadro più caro è a Sirmione (3.535 €), il più economico a Provaglio Val Sabbia (700 €): 5,0 volte. Il capoluogo è 18º su 203 con 1.829 €/m². Il vertice non è la città: è il Garda e la montagna del turismo, cioè le due economie viste dal lato della casa. Il prezzo segue il reddito comunale (0,52), il che è prevedibile, ma è una relazione fra comuni, non fra persone.
Il prezzo della casa a Brescia non è fermo da vent'anni: è sceso di quasi un terzo, e nel frattempo si è venduto il doppio.
derivato · Agenzia delle Entrate: OMI, quotazioni immobiliari e volumi di compravendita; ISTAT: indice dei prezzi al consumo · Le quotazioni sono indicazioni di valore di larga massima, non prezzi di transazione: servono a confrontare zone e anni, non a stimare quanto vale una casa · €/m² su superficie lorda, in vendita: gli affitti hanno un'altra unità e dal 2025 un'altra base · Gli euro costanti sono deflazionati con l'indice nazionale · 203 comuni su 205: 2 non sono nella fonte dal 2016.
Dai soldi all'industria, a cominciare da un numero che diceva una cosa sola. → Il crollo che non c'è stato
Lavoro e imprese · il comune di Brescia, 2018–2023
Il crollo che non c'è stato
Le grandi unità locali del capoluogo perdono seimila addetti in cinque anni. È la fine della grande industria in città?
Questa storia comincia con un numero vero e un titolo falso. Fra il 2018 e il 2023 le unità locali con almeno 250 addetti del comune di Brescia passano da 20.111 a 13.775 addetti: -6.336. Nello stesso periodo il totale degli addetti del comune si muove di -197. È fermo.
Fig. 8 Addetti nel comune di Brescia
La classe con almeno 250 addetti contro il totale di tutte le classi. La rottura è nel 2020, non una discesa lenta.
La differenza fra i due numeri è tutta la questione, e si risolve scomponendo. Delle divisioni economiche che compongono quel calo, due ne fanno più del totale.
Fig. 9 Chi fa il calo delle grandi unità locali
Variazione degli addetti per divisione Ateco nella classe ≥250, comune di Brescia, 2018–2023.
Sono attività di ricerca, selezione, fornitura di personale (-4.167 addetti) e attività di servizi per edifici e paesaggio (-3.123). Insieme fanno -7.290 addetti, cioè più dell'intero calo: il resto della classe, nel complesso, tiene. La manifattura grande, cioè le divisioni dalla 10 alla 33, parte da 4.448 addetti e si muove di -51. Immobile.
Resta la domanda vera: quegli addetti sono spariti, o si sono spostati? Basta guardare la stessa divisione a due scale diverse.
Nella classe ≥250 del capoluogo: -3.123 addetti. Nel totale dello stesso comune, tutte le classi: -1.493. E le unità locali del comune passano di 157. Le grandi si sono sciolte in tante piccole: in provincia la divisione perde in tutto -4,2 %.
Nella classe ≥250 del capoluogo: -4.167. Nel comune, tutte le classi: -4.830. In provincia: -882, cioè -5,0 %. Il lavoro non è sparito dalla provincia: è uscito dal capoluogo.
controllo Succede anche altrove? La stessa classe negli altri capoluoghi d'Italia.
Nei 64 comuni capoluogo che nel 2018 avevano almeno duemila addetti in unità da 250 in su, la classe si è svuotata in 44 casi, con una mediana del -11,9 %. I cali più forti: Matera (-72 %), Biella (-55 %), Pisa (-48 %), Sassari (-43 %).
Brescia è il 13º calo più forte: sopra la mediana, ma dentro un movimento che riguarda quasi tutti. Un movimento così diffuso non è una vicenda industriale che accade contemporaneamente in quaranta città diverse.
Nessun titolo su una variazione aggregata prima di averla scomposta. Il numero di partenza era corretto e la conclusione ovvia era sbagliata, e fra i due c'erano due divisioni di servizi e un cambio di scala.
osservato · ISTAT: ASIA, unità locali delle imprese attive · Addetti e unità locali sono osservati; le variazioni e le quote sono calcolate qui · Unità locali, non imprese: una sede di un'impresa registrata altrove conta nel comune dove si trova, ed è esattamente il meccanismo che questa storia scopre · Gli addetti sono medie annue, quindi con decimali, e non teste al 31 dicembre · Le divisioni sono Ateco a due cifre, la grana più fine confrontabile fra comune e provincia · La classe ≥250 di un comune solo è una cella che la fonte può sopprimere: un anno assente resta un buco nel grafico, non uno zero.
Se non è la dimensione delle imprese, che cosa divide questa provincia? → Le due economie
Struttura produttiva · sezioni Ateco per comune, 2023
Le due economie
Che Brescia racchiuda varie realtà è cosa nota. Si può misurare?
Fino a poco fa no: il dettaglio settoriale esisteva solo per il capoluogo e per l'aggregato provinciale. Ora esiste per tutti i 205 comuni. In provincia la manifattura vale 32,4 % degli addetti censiti dal registro delle imprese, e alloggio e ristorazione 8,0 %. Sono medie, e come al solito non descrivono nessuno.
Fig. 10 Da che parte sta ogni comune
Quota di addetti nella manifattura meno quota in alloggio e ristorazione. Rosso = manifatturiero, blu = turistico, grigio = né l'uno né l'altro.
48 comuni hanno più della metà degli addetti nella manifattura, e sono le valli: Mura, Odolo, Cerveno, Visano, Casto. 24 ne hanno almeno un quarto in alloggio e ristorazione, e sono il lago e l'alta montagna: Magasa, Limone sul Garda, Gardone Riviera, Tignale, Anfo. Nel mezzo c'è la cintura della città, che non è né una cosa né l'altra.
Le due quote si escludono a vicenda, con una correlazione fra loro di -0,67, ma è un risultato in parte aritmetico: sono due fette della stessa torta, e quando una cresce all'altra resta meno spazio. Quello che il numero aggiunge è quanto netta sia la sostituzione: nei comuni del Garda la manifattura non è ridotta, è assente.
E anche questa divisione è geografica prima che economica: l'indice di Moran sulla specializzazione vale 0,44, il più alto di tutta questa pagina. Non ci sono comuni manifatturieri isolati in mezzo al lago né alberghi in mezzo alle acciaierie: ci sono due territori contigui, ciascuno fatto di comuni che si somigliano.
attenzione Che cosa manca da questo denominatore
Il registro delle imprese non copre agricoltura, pubblica amministrazione, istruzione pubblica e servizi domestici. Le quote sono calcolate sull'economia che il registro osserva, non su tutta l'economia del comune: nella Bassa agricola questo pesa, e un comune «non specializzato» può essere semplicemente un comune agricolo.
Tre comuni non compaiono sulla mappa. Non hanno zero addetti nella manifattura: il registro non pubblica quella cella perché è troppo piccola, e scriverci zero sarebbe inventare un dato. Sono Magasa, Paisco Loveno e Valvestino, e insieme fanno meno di cento addetti.
Le due economie esistono, sono contigue e non si mescolano: è la divisione più netta misurata in tutto il progetto.
derivato · ISTAT: ASIA, unità locali delle imprese attive, per sezione Ateco · Gli addetti per sezione sono osservati; le quote e la specializzazione (quota manifattura meno quota alloggio e ristorazione) sono calcolate qui · Il denominatore è il totale ASIA dichiarato dalla fonte, non la somma delle sezioni: le due non coincidono esattamente, perché la fonte arrotonda e sopprime le celle piccole · Una sezione assente resta assente e non diventa zero, quindi i comuni senza la riga della manifattura sono esclusi dalla mappa invece che disegnati a zero · Niente agricoltura: il registro delle imprese non la osserva, e i comuni della Bassa risultano quindi meno specializzati di quanto siano.
Una delle due economie è più grande di quanto sembri. → La decima provincia turistica d'Italia
Turismo · ISTAT, movimento dei clienti, 2008–2024
La decima provincia turistica d'Italia
Sopra abbiamo visto che il turismo è una metà della divisione che spacca la provincia in due. Ma sono tante, 11.068.441 presenze in un anno?
È la domanda che l'ultima storia farà a tutta la pagina, e che qui conviene fare subito. Un numero grande non è un risultato finché non gli si mette accanto quello di qualcun altro: 11.068.441 notti potrebbero essere la normalità di una provincia italiana qualunque. Non lo sono. La provincia mediana ne fa 2.088.719: Brescia ne fa 5,3 volte tanto, ed è la 10ª d'Italia, dietro a 9 province soltanto: Roma, Venezia, Bolzano/Bozen, Trento, Verona, Milano, Rimini, Napoli, Firenze.
I tre numeri qui sopra sono lo stesso turismo misurato in tre modi, e il primo da solo direbbe una cosa falsa. Brescia è decima perché è grande. Per abitante fa 8,7 notti contro una mediana di 5,0: sopra la media, lontanissima dalle province che di turismo vivono. È l'errore che torneremo a vedere nella storia del confronto, col segno rovesciato: là un valore relativo fa sembrare Brescia ordinaria, qui un valore assoluto la fa sembrare eccezionale.
Fig. 11 Dove sta Brescia, fra le 107 province
Un punto per provincia, 2024. La posizione verticale non significa niente: serve a non sovrapporre i punti.
Quello che non si spiega con la dimensione è la riga successiva. Il 72,0 % delle notti bresciane viene dall'estero, contro una mediana nazionale del 37,7 %: solo 5 province italiane fanno di più, e sono Como, Verbano-Cusio-Ossola, Firenze, Verona, Venezia. Brescia ha un turismo internazionale come quello delle città d'arte, senza avere una città d'arte.
Dove stia, lo dice la forma della ricettività: 26,7 % delle notti in campeggi e villaggi, 2,9 volte la mediana italiana. Non è la città e non sono gli alberghi: è il lago, e la storia delle due economie lo aveva già mostrato da dentro, comune per comune, senza poter dire quanto fosse tanto.
Fig. 12 Diciassette anni di presenze, e da dove arrivano
Presenze annuali in provincia di Brescia e quota di clienti residenti all'estero. È la serie più lunga del progetto (dopo quella sulla qualità dell'aria): comincia nel 2008, undici anni prima di tutto il resto.
Dal 2008 le presenze crescono del 2,09 % l'anno, contro una mediana provinciale sotto l'uno. Ma le due linee dicono più della somma: le notti dei clienti italiani vanno da 3.026.966 a 3.098.073, +2,3 % in diciassette anni. Ferme. Quelle degli stranieri da 4.916.868 a 7.970.368: +62,1 %. La quota estera passa da 61,9 % a 72,0 % non perché dall'Italia sia arrivato qualcuno in meno, ma perché tutta la crescita è venuta da fuori.
Nel mezzo c'è il -54,3 % del 2020, la caduta più profonda di tutto questo lavoro: più di metà delle notti, contro i pochi punti che il 2020 lascia sugli addetti. Una domanda che per tre quarti viene da fuori confine è quella che i confini chiusi cancellano. Ma il recupero batte la mediana: nel 2024 la provincia sta 13,8 % sopra il 2019, mentre 35 province su 107 non ci sono ancora tornate.
la metrica, in chiaro Perché questa storia usa un'altra fonte
Tutte le cifre comunali sul turismo di questa pagina, cioè la storia delle due economie e la mappa delle due economie, vengono da Regione Lombardia, che pubblica arrivi e presenze comune per comune. Quella fonte però si ferma al confine della Lombardia, e un confronto con le altre province da lì non si può fare: non esistono i numeri delle altre.
Questa storia usa quindi ISTAT, che pubblica il movimento dei clienti negli esercizi ricettivi per tutte e 107 le province. Il guadagno non è solo il confronto: la serie ISTAT comincia nel 2008, undici anni prima di quella regionale.
Il 2024 è l'ultimo anno confrontabile, e non è l'ultimo disponibile. Dal 2025 la voce «alloggi in affitto» comprende anche quelli gestiti in forma non imprenditoriale: sull'Italia quella voce fa +87,6 % in dodici mesi mentre gli alberghi fanno +1,5 %. Un mercato non raddoppia in un anno mentre il vicino si muove di un punto: è cambiata la definizione, non il fenomeno, e il 2025 resta fuori da ogni confronto.
controllo Le due fonti non danno lo stesso numero
E qui c'è la parte scomoda, che sta scritta perché tacerla sarebbe peggio. Le due fonti misurano lo stesso turismo nello stesso posto e non coincidono: nel 2024 la somma dei comuni di Regione Lombardia fa 12.246.854 presenze, il totale provinciale ISTAT ne fa 11.068.441. E la distanza cresce: dal 6,5 % del 2019 al 10,6 % del 2024.
Nessuna delle due è sbagliata: sono due filiere con due perimetri, e dire quale sia più vicina al vero richiederebbe la loro documentazione metodologica, non un'analisi. Quello che si può fare è non mescolarle: qui le cifre comunali vengono tutte dalla prima e il confronto fra province dalla seconda. Un numeratore preso da una e un denominatore dall'altra darebbero una quota sbagliata del dieci per cento, e plausibile.
La provincia della meccanica è anche la decima provincia turistica d'Italia, e la sesta per clienti stranieri.
derivato · ISTAT: movimento dei clienti negli esercizi ricettivi, province · Arrivi e presenze sono osservati; quote, ranghi, mediane e tassi composti sono calcolati qui · Le presenze sono notti, non spesa: un territorio può avere molte notti e poco valore per notte, e i campeggi sono il segmento a valore per notte più basso · Ultimo anno confrontabile 2024: il 2025 ha una definizione diversa · Fonte diversa da quella comunale usata nel resto della pagina.
Come cambiano qualità dell'aria e temperature. → L'aria è migliorata. Il clima no
Aria e clima · le centraline ARPA, 2003–2025
L'aria è migliorata. Il clima no
Sono le due serie più lunghe di questo progetto e raccontano cose opposte. Come fa la stessa provincia a migliorare e a peggiorare insieme?
Le altre storie di questa pagina misurano sei anni, dodici sui redditi, ventuno sulla casa. Qui i dati cominciano prima di tutte: l'aria dal 2003, la temperatura da prima ancora. E sono gli unici la cui unità non è il comune ma la centralina: in vent'anni ne sono esistite in 11 comuni su 205, 7 nel solo capoluogo e nessuna negli altri 194. Non c'è nessuna mappa da disegnare: colorerebbe una manciata di comuni e lascerebbe grigia una provincia.
Fig. 13 Quello che si respira, 2003–2025
Media annua delle sole stazioni presenti in tutti gli anni della serie. Microgrammi per metro cubo.
Due delle tre righe crollano. Il PM10 passa da 48,7 a 28,2 microgrammi per metro cubo fra i primi e gli ultimi tre anni, -42,0 %; il biossido di azoto da 36,3 a 22,2, -38,9 %. Sono cali molto grandi e non sono una nostra lettura: è quello che le stesse centraline, nello stesso posto, hanno respirato prima e dopo.
La terza riga è quella da guardare: l'ozono non si muove, -1,8 % in vent'anni. È il promemoria che «l'aria» non è una cosa sola. Particolato e biossido di azoto escono da qualcosa: un camino, un tubo di scappamento, una caldaia. L'ozono si forma in atmosfera, e non risponde alle stesse leve. I dati dicono che non scende; perché non scenda, queste tabelle non lo dicono.
la metrica, in chiaro Perché contiamo solo le centraline che ci sono sempre
Le centraline aprono e chiudono. Sul PM10 la rete passa da due stazioni a sette, e non sono le stesse: fare ogni anno la media di quelle che ci sono misura anche il cambio della rete e lo chiama qualità dell'aria. E siccome le prime nascono dove il problema era grosso, quelle che aprono dopo stanno in posti più puliti: il miglioramento si gonfia da solo.
Il rimedio è tenere solo le stazioni osservate in tutti gli anni: 3 per il PM10, 4 per il biossido di azoto, 3 per l'ozono. Sono poche e la serie si accorcia; in cambio il numero risponde alla domanda che gli abbiamo fatto. Il conto ingenuo esagera il calo di qualche punto, e la differenza fra i due è essa stessa un risultato.
I confronti sono fra medie di tre anni, non fra il primo e l'ultimo: un singolo anno può essere un inverno ventoso, e una storia non deve poggiare su un outlier.
L'altra metà della storia.
Fig. 14 Quanto è più caldo di prima
Scostamento della temperatura media annua dalla media 2004–2013 di ciascuna stazione. Gradi. Gli anni in cui è osservata meno di metà della rete portano il tratteggio dell'assenza, non una colonna a zero.
Fra la base 2004–2013 e il decennio 2016–2025 le stazioni bresciane segnano 1,10 °C in più. Il numero conta meno del modo in cui è distribuito: salgono 8 stazioni su 8, cioè tutte, dai 47 metri della Bassa ai 2.108 del Pantano d'Avio. Nessuna eccezione in pianura, nessuna in valle, nessuna sul ghiacciaio. Un risultato che si ripete uguale in otto posti diversi non lo fa una stazione difettosa.
Gli anni più caldi della serie sono 2022, 2023, 2024, e stanno tutti in fondo: 1,70 °C sopra la base nel più caldo dei tre. Non è una tendenza che si intravede fra il rumore: negli ultimi anni le colonne stanno da una parte sola.
Fig. 15 Gli stessi anni, senza numeri
Una striscia per anno, dal più freddo in blu al più caldo in rosso: sono gli scostamenti della figura qui sopra, con l'asse tolto. I gradi stanno nella tabella e nel suggerimento; qui la cosa da vedere è che il rosso sta tutto a destra.
la metrica, in chiaro Perché scostamenti e non temperature
Le stazioni di temperatura di questa provincia stanno fra i 47 e i 2.108 metri sul mare. La loro media aritmetica è un numero che non descrive nessun luogo, e soprattutto cambia quando una stazione di montagna apre o chiude: basterebbe la chiusura del Pantano d'Avio per far «scaldare» la provincia di mezzo grado in un anno, senza che sia successo niente.
Per questo ogni stazione si confronta con sé stessa, cioè con la propria media 2004–2013, e si media lo scostamento. È la convenzione climatologica, ed è l'unica che regge a una rete che si muove. Restano fuori dal grafico gli anni in cui è presente meno di metà delle stazioni: le anomalie tolgono la quota, non la variabilità, e negli anni Novanta di questa rete c'è letteralmente una stazione sola.
controllo La stessa fonte, la stessa provincia, e nessun risultato
Dalle stesse centraline arriva la pioggia, e con lo stesso metodo non dice niente: su 12 stazioni, 7 in aumento e 5 in calo, con una variazione mediana di 0,5 %. Il segno non è concorde, e con questa rete e questa finestra la risposta onesta è che non lo sappiamo.
Lo scriviamo lo stesso per due motivi. Il primo è che un limite dichiarato vale più di un risultato taciuto. Il secondo è che serve al grado di temperatura: due serie dalla stessa fonte, con lo stesso metodo, una con un segnale netto e una senza, sono anche la prova che il segnale della prima non lo ha fabbricato il metodo.
Quello che esce dai camini è diminuito di circa il quaranta per cento; quello che scalda l'atmosfera no.
derivato · ARPA Lombardia: centraline della qualità dell'aria e rete idro-meteorologica · Le medie mensili sono osservate; il panel bilanciato, le anomalie e i confronti fra trienni sono calcolati qui · Nessuna variazione di questa sezione è attribuita a una causa: la meteorologia governa la dispersione degli inquinanti quanto le emissioni, e separarle richiederebbe una normalizzazione che dati mensili non sostengono · L'unità è la centralina, non il comune.
E la gente, intanto, dove sta andando? → Dove il bresciano si svuota
Popolazione · 2018–2024
Dove il bresciano si svuota
La provincia nel suo complesso è ferma. Ma «ferma» è la somma di che cosa?
Fra il 2018 e il 2024 la popolazione provinciale cresce dello 0,15 % l'anno: un numero che non dice niente, perché somma due movimenti opposti. Da una parte la pianura attorno alla città e la sponda del lago; dall'altra la montagna, che si svuota.
Fig. 16 Crescita della popolazione, 2018–2024
Tasso annuo composto per comune. Il blu è calo, il rosso è crescita, il grigio in mezzo è «non si muove».
Ogni poligono è un comune. Le classi sono simmetriche attorno allo zero, così i due versi si possono confrontare.
93 comuni su 205 perdono abitanti. Non è una minoranza marginale: è quasi metà della provincia, e sparisce del tutto nella media provinciale.
Le cadute più rapide sono tutte di montagna: Magasa, Lozio, Berzo Demo, Paisco Loveno, Saviore dell'Adamello. Magasa perde -2,9 % di abitanti l'anno, ma su numeri piccoli, dove poche decine di persone fanno una percentuale vistosa.
L'indice di Moran sulla crescita della popolazione vale 0,34: i comuni che si svuotano confinano con altri comuni che si svuotano. Il fenomeno non ha la forma del comune, ha quella della valle.
La pianura attorno alla città e la sponda del lago. È la stessa geografia da cinquant'anni, ma vale la pena dirlo con i numeri invece che a memoria.
la metrica Che cos'è il «tasso annuo composto»
È la crescita costante che, applicata ogni anno, porterebbe dal primo valore all'ultimo. Non è la variazione percentuale divisa per gli anni: su sei anni le due divergono già.
Ed è una media, quindi passa sopra quello che c'è in mezzo, il 2020 compreso.
C'è un secondo modo di guardare la stessa cosa: mettere il livello di partenza sull'asse orizzontale e la crescita su quello verticale. Se i comuni grandi crescono più dei piccoli, la nuvola sale da sinistra a destra, e la provincia si sta polarizzando.
Fig. 17 Popolazione di partenza e crescita successiva
Un punto per comune. Le linee tratteggiate sono le mediane; il punto rosso è il capoluogo.
È quello che succede, moderatamente. La correlazione fra dimensione iniziale e crescita è positiva: chi era grande cresce, chi era piccolo cala. Non è una legge: la nuvola è larga e ci sono comuni piccoli in crescita. Ma la direzione è quella.
Ma perché si svuota?
Fin qui la variazione è netta: dice quanto, non dice da dove. E «spopolamento» è una parola che suggerisce una risposta: la gente se ne va. È una risposta che nessuno dei numeri di sopra sostiene. La differenza fra due anni si scompone in modo esatto, perché il bilancio demografico conta separatamente chi nasce, chi muore, chi arriva e chi parte:
Fig. 18 Da dove viene la variazione, 2018–2024
Le componenti della variazione provinciale, in persone. Sommate danno esattamente i 11.465 abitanti in più: non è un modello, è contabilità.
La provincia cresce, ma non per nascite: fra il 2018 e il 2024 ci muoiono 25.764 persone più di quante ne nascano. Cresce perché ne arrivano 27.817 dall'estero e 13.970 da altri comuni italiani. Senza la sola componente estera la provincia perderebbe 16.352 abitanti invece di guadagnarne.
la metrica Che cos'è «l'aggiustamento statistico»
È la rettifica che riconcilia l'anagrafe con il censimento: persone iscritte che il censimento non trova, o viceversa. In sei anni vale 4.558 persone in provincia.
Non è un fenomeno demografico, ed è tenuto separato apposta: attribuirlo alle migrazioni farebbe dire a questa pagina che se ne sono andate persone che in anagrafe non c'erano più.
Il censimento lo dice più duramente. Le barre qui sopra contano i movimenti dell'anno; il censimento conta chi c'è al 31 dicembre, e con quale cittadinanza. Fra il 2021 e il 2023 la provincia guadagna 7.798 residenti, ma gli italiani dalla nascita calano di 8.219 e quelli per acquisizione crescono di 15.385: quasi il doppio della crescita totale. Oggi il 18,4 % dei residenti è straniero o italiano per acquisizione, 26,4 % nel capoluogo e fino a 29,9 % a Castelcovati.
attenzione Perché «gli stranieri sono fermi» è un numero giusto e una frase falsa
Fra il 2021 e il 2023 i residenti stranieri passano da 152.855 a 153.487: 632 persone in due anni, cioè un conteggio immobile. Nello stesso biennio 15.385 persone hanno lasciato quel conteggio prendendo la cittadinanza italiana.
Un livello costante con due rubinetti aperti non è fermo, ed è il motivo per cui questa pagina non scrive «gli stranieri sono stabili»: numero esatto, descrizione falsa. Quanti siano entrati non si legge da qui: nascite, decessi e partenze muovono lo stesso stock.
Sui 93 comuni che perdono abitanti la risposta ribalta la parola. Sommati, perdono 10.163 persone per saldo naturale e 66 per migrazione interna: la seconda non è piccola, è quasi zero. Chi ci abita non se ne sta andando. A tirare più giù è il saldo naturale in 81 di quei comuni, la migrazione interna in 12.
Fig. 19 Le due componenti, comune per comune
Un punto per comune, per mille abitanti del 2018 e sull'intero periodo; le tratteggiate sono lo zero, il punto rosso è il capoluogo. Quasi tutti i comuni stanno a sinistra della verticale, cioè il saldo naturale è negativo quasi ovunque, mentre sulla migrazione interna si dividono attorno all'orizzontale.
Il saldo naturale è negativo in 189 comuni su 205. È il fondo su cui tutto il resto si muove, e non è una particolarità della montagna bresciana: fra le 107 province italiane è positivo in 1.
E così si risponde anche alla domanda che questa storia da sola non poteva porsi: Brescia si svuota più o meno delle altre? Meno. Su 107 province è la 6ª per crescita (9,1 abitanti ogni mille contro una mediana di −19,7), e solo 21 crescono. Anche il saldo naturale, per quanto negativo, è il 14º d'Italia: −20,5 contro −34,4. A distinguerla non sono i figli, che non si fanno: è quanta gente arriva.
Metà provincia si svuota, in una fascia continua di montagna, mentre l'altra cresce attorno alla città e al lago. Ma non perché la gente se ne vada: perché ci muore più gente di quanta ne nasca, e la provincia sta in piedi solo perché qualcun altro arriva.
osservato · ISTAT: popolazione residente comunale e bilancio demografico; confini generalizzati · Nati, morti, iscritti e cancellati sono contati; i tassi annui composti, i valori per mille abitanti e l'indice di Moran sono calcolati qui · La variazione è netta: dice quanto, non da dove a dove, e le matrici origine-destinazione non sono pubblicate a grana comunale · L'aggiustamento statistico resta una voce a parte perché è una rettifica anagrafica, non un movimento di persone · I confini sul Garda passano dentro il lago, quindi due comuni su sponde opposte risultano contigui: conta per l'indice di Moran.
E la gente che è arrivata, chi è diventata? → Cinquantatremila nati qui
Le origini · censimento permanente, 2021–2023
53.224 nati qui, e metà non ha la cittadinanza
Quante persone di origine straniera vivono nel bresciano, e quante di loro sono davvero arrivate da fuori?
Le due metà della domanda non danno lo stesso numero, ed è tutta la storia. La storia precedente ha contato i movimenti: chi si iscrive e chi si cancella, anno per anno. Questa conta chi c'è al 31 dicembre e con quale cittadinanza. Sono la stessa provincia guardata come film e come fotografia, e le loro cifre non si sommano fra loro.
Cominciamo dai nati qui, perché è la cifra che il censimento produce e che quasi nessuno riporta. Nel 2023 le persone nate in Italia da genitori stranieri residenti in provincia sono 53.224. Di queste, 26.664 hanno la cittadinanza italiana e 26.560 no: il 49,9 %, cioè praticamente metà. Non è una stima e non è una proiezione: è una riga di censimento.
E il gruppo senza cittadinanza è fatto quasi solo di bambini e ragazzi: 25.102 su 26.560 sono minorenni, il 94,5 %. Fra chi la cittadinanza ce l'ha la quota di minorenni è molto più bassa, 68,0 %, e la differenza dice come si diventa italiani in Italia: non alla nascita, ma più tardi.
Fig. 20 Nati in Italia da genitori stranieri, 2023
I due gruppi sono quasi identici per numero, 26.560 e 26.664, e le barre non misurano quello: misurano quanti di loro sono minorenni. È lì che si vede che descrivono due momenti diversi della stessa vita.
Adesso il paradosso dello stock. Fra il 2021 e il 2023 gli stranieri residenti passano da 152.855 a 153.487: 632 persone in due anni, e «gli stranieri sono fermi» sembra la lettura ovvia. Ma nello stesso biennio 15.385 persone hanno preso la cittadinanza italiana, e prendendola sono uscite da quel conteggio: perché lo stock si sia mosso di appena 632, almeno 16.017 persone devono esserci entrate. Un serbatoio che resta al livello di prima con due rubinetti aperti non è un serbatoio fermo, e la frase è falsa pur essendo il numero giusto.
attenzione Perché «almeno» e non «esattamente»
Lo stock degli stranieri non si muove solo per ingressi e acquisizioni di cittadinanza: ci nascono dentro delle persone, ce ne muoiono, e ce ne partono. Questa tabella conta il livello a fine anno, non i movimenti, quindi non può separare le quattro cause.
16.017 è il minimo compatibile con quello che si vede: quanto sarebbe dovuto entrare se nient'altro si fosse mosso. La scomposizione vera dei flussi sta nella storia precedente, che legge il bilancio demografico e non il censimento.
Gli italiani dalla nascita calano di 8.219, gli italiani per acquisizione crescono di 15.385, e la popolazione totale cresce di 7.798: la crescita dei nuovi cittadini vale 2,0 volte quella dell'intera provincia. Senza di loro il conto sarebbe negativo, ed è lo stesso risultato che la storia precedente ottiene sui flussi, con una fonte diversa e un metodo diverso.
Dove. Nel 2023 la popolazione di origine straniera, stranieri più italiani per acquisizione, è il 18,4 % della provincia, ma la provincia non è un posto solo. Il comune mediano sta al 13,0 %, il capoluogo al 26,4 %, e fra il minimo e il massimo si passa da 0,6 % a 29,9 %, che è Castelcovati. Cinquanta volte di scarto fra due comuni della stessa provincia.
Fig. 21 Quota di popolazione di origine straniera, 2023
Stranieri più italiani per acquisizione, sulla popolazione residente. Non è «quanti stranieri»: chi ha preso la cittadinanza esce dalla prima voce e non da questa.
Il titolo di studio, e perché una media qui non serve a niente. Fra gli adulti di 2023 il divario di laurea sembra una domanda semplice: quanto sono distanti i due gruppi? La risposta è che dipende dall'età, e non di poco. Fra i 25 e i 49 anni gli italiani dalla nascita laureati sono il 28,0 % e gli stranieri il 14,9 %: 13,1 punti di distanza. Sopra i 65 il rapporto si capovolge: 6,5 % contro 12,5 %, 6,0 punti nell'altra direzione.
Fig. 22 Laureati per gruppo e classe d'età, 2023
Quota di popolazione con titolo universitario, sui residenti di 9 anni e più. Le classi stanno separate perché il divario cambia segno, e un aggregato lo nasconderebbe.
la metrica, in chiaro Perché non standardizziamo per età
Quando due gruppi hanno età diverse e si vuole un numero solo, la mossa standard è la standardizzazione per età: si ricalcola la media di ciascun gruppo come se avesse la struttura per età dell'altro. Qui è stata provata e non serve, perché ripara le sintesi rovinate dalla composizione, non quelle rovinate dal segno. I divari specifici sono opposti, positivo fra i 25 e i 49 e negativo sopra i 65: nessun numero solo li rappresenta, standardizzato o no.
Il rimedio non è una media migliore: è pubblicare le classi, che è quello che fa la figura qui sopra.
Il lavoro, e un tasso che non misura quello che sembra. La condizione professionale per cittadinanza il censimento la pubblica solo per il comune di Brescia, quindi da qui in fondo si parla della città. La prima cifra dice che gli stranieri lavorano di più: occupati il 58,4 % contro il 50,8 %. È vera e non significa quasi niente, perché quel tasso si calcola sui 15 anni e più, e lì dentro ci sono i pensionati: il 26,8 % fra gli italiani contro il 3,5 % fra gli stranieri, cioè 7,7 volte meno. Una popolazione arrivata da poco non ha ancora una generazione in pensione, ed è in buona parte quello che il tasso sta misurando.
Fig. 23 Chi fa cosa, comune di Brescia, 2024
La composizione della popolazione di 15 anni e più nei due gruppi, in quote sul proprio totale. Le due asimmetrie grosse non sono fra gli occupati: sono le pensioni e il lavoro domestico.
La cifra che invece regge è il tasso di disoccupazione, perché si calcola dentro le forze di lavoro e la pensione non ci entra: nel 2024 è il 4,5 % fra gli italiani e il 10,4 % fra gli stranieri, 2,3 volte tanto. E il rapporto tiene mentre i livelli crollano: nel 2018 erano 8,2 % e 20,6 %. Sei anni di mercato del lavoro in miglioramento hanno dimezzato entrambi e lasciato il divario dov'era. L'altra asimmetria grossa del grafico non riguarda il lavoro pagato: le casalinghe e i casalinghi sono il 16,0 % fra gli stranieri contro il 6,9 % fra gli italiani, ed è la voce che, insieme alle pensioni, spiega perché due popolazioni con tassi di occupazione simili stiano fuori dal lavoro per ragioni opposte.
E chi se ne va? Fra il 2019 e il 2024 hanno lasciato la provincia per l'estero 26.642 residenti, contro 54.459 arrivi: uno che parte ogni 2,0 che arrivano. Ma la cosa da vedere non è il rapporto, è la forma. Chi parte è fermo: 4.644 nel 2019, 4.638 nel 2024, e in mezzo mai uno scarto largo. Chi arriva no: 9.211 e 11.077. Il saldo che la storia precedente usa sale per una ragione sola, e non è che le partenze rallentino. Sono cancellazioni anagrafiche di residenti, senza distinzione di cittadinanza, e sottostimano: cancellarsi dall'anagrafe è un adempimento che chi si trasferisce spesso salta.
Fig. 24 Arrivi e partenze verso l'estero, 2019–2024
Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche da e per l'estero, tutta la provincia. Il 2019 e il 2020 vanno letti sapendo che in mezzo c'è la chiusura delle frontiere.
La provincia cresce solo perché diventa italiana gente che qui c'era già, e 26.560 persone nate in Italia aspettano ancora un passaporto, il 94,5 % delle quali minorenni.
derivato · ISTAT: censimento permanente, background migratorio e condizione professionale, e bilancio demografico comunale · I conteggi sono osservati; quote, variazioni, tassi e l'ingresso implicito sono calcolati qui · Due perimetri: tutto è provinciale tranne il lavoro, che il censimento pubblica per il solo comune di Brescia, e che nel testo è marcato come tale · Tre finestre diverse: il lavoro copre 2018–2024, e per il resto il censimento copre 2021–2023, il bilancio 2019–2024, e nessuna cifra dell'uno si somma a una dell'altro · Il titolo di studio è sui 9 anni e più, quindi i suoi totali non sono quelli della popolazione · Le tabelle di questa storia sono le due marginali versionate, non la distribuzione congiunta da 422 MB che sta fuori dal repository · Il paese di origine non è disponibile a questa grana, e non sarebbe comunque un indicatore di reddito o di disagio.
E quasi tutto quanto sopra misura Brescia contro sé stessa. → Brescia è diversa?
Il controllo · 107 province italiane a confronto
Brescia è diversa?
Quando un numero descrive un luogo e quando descrive semplicemente il paese in cui quel luogo si trova?
Due storie hanno già guardato fuori: gli stipendi contro le altre province e il turismo contro tutte. Il resto della pagina no, e ha misurato Brescia contro sé stessa: è così che si scrivono quasi tutti i ritratti di territorio, ed è così che si prende per caratteristica di un posto quella che è la normalità di un paese. Qui la verifica si fa su tutto il resto, dove costa poco perché le fonti coprono l'Italia intera. Il risultato ci ha costretti a riscrivere una frase che il progetto ripeteva dal primo giorno.
Fig. 25 Dove sta Brescia fra le province italiane
Ogni punto è una provincia; il punto rosso è Brescia, quello vuoto Bergamo. La linea tratteggiata è la mediana.
«Brescia è un territorio di microimprese» è vera in assoluto, perché il 92,7 % delle unità locali ha meno di dieci addetti, ed è fuorviante come descrizione. La provincia mediana italiana sta al 94,4 %, e Brescia è la 101ª più frammentata su 107: cioè fra le meno frammentate del paese. Il 92 % descrive l'Italia, non Brescia.
Sugli addetti la distanza è più larga: nelle unità sotto i dieci addetti ne lavora il 42,9 %, contro una mediana provinciale del 51,0 %. E l'unità locale bresciana media ha 4,01 addetti contro 3,44. Non è una provincia di piccolissimi: è una provincia di medi, in un paese di piccolissimi.
Quello che sì distingue Brescia è il settore: la manifattura vale il 32,4 % degli addetti contro una mediana del 20,7 %, ed è la 15ª provincia d'Italia. Brescia somiglia meno all'Italia che a Vicenza, Treviso, Reggio Emilia, Modena, e naturalmente a Bergamo, che le sta accanto su quasi ogni riga.
Infine la crescita. Fra il 2018 e il 2023 gli addetti bresciani crescono dell'1,3 % l'anno, e sembra molto finché non si guarda la mediana: 1,4 %. Brescia è la 65ª su 107. Cresce come l'Italia, non più dell'Italia.
Un numero senza termine di paragone non è un risultato: è una cifra che sembra dire qualcosa. Questo confronto ha corretto una nostra affermazione, rafforzato il capitolo precedente e tolto un aggettivo alla storia dei redditi, e ci è costato un filtro su file che erano già sul disco.
derivato · ISTAT: ASIA, unità locali delle imprese attive, aggregate per provincia e per comune capoluogo · Addetti e unità locali sono osservati; quote, ranghi e mediane provinciali sono calcolati qui, sommando i comuni · La ripartizione provinciale è quella corrente, applicata a tutti gli anni: su una finestra di sei anni è corretta, su serie più lunghe non lo sarebbe · Il rango è su 107 province: dice la posizione, non la distanza, ed è il motivo per cui accanto sta sempre la mediana · Stesso registro della storia sul crollo, quindi stesse avvertenze su unità locali e addetti.
Resta la parte che di solito non si scrive. → Cosa questi dati non permettono di dire
I limiti
Cosa questi dati non permettono di dire
È la sezione che di solito non si scrive, ed è quella che rende leggibile tutto il resto.
- Dove va chi parte. La scomposizione della storia sulla popolazione dice quante persone entrano ed escono da ogni comune, non da dove a dove: «chi lascia la Valle Camonica scende a Brescia» è una frase che questi dati non sostengono. Servirebbero le matrici origine-destinazione, che non sono pubblicate a grana comunale.
- Se il reddito che cresce sia reddito di chi ci abitava. Un comune può diventare più ricco perché chi ci vive guadagna di più o perché ci si trasferisce gente più ricca. Con dati aggregati per comune i due casi sono indistinguibili.
- Il confronto non copre l'aria. Brescia è collocata fra le 107 province su imprese, demografia, turismo e retribuzioni, e la convergenza dei redditi è replicata su Bergamo. Sull'aria no: l'unità è la centralina e le reti delle altre province non sono confrontabili, quindi la storia dell'aria resta misurata contro sé stessa.
- Il turismo ha due fonti, e non danno lo stesso numero. I comuni vengono da Regione Lombardia, il confronto fra province da ISTAT: sulle presenze provinciali del 2024 distano il 10,6 %, e la distanza cresce ogni anno. Nessuna delle due è sbagliata, e qui non si mescolano.
- Le quotazioni non sono prezzi di vendita. È l'Agenzia a chiamarle «indicazioni di valore di larga massima»: sono quotazioni per zona, e nessuna è il prezzo a cui una casa è passata di mano.
- Stock e flussi non si sottraggono. Il bilancio anagrafico (2018–2024) e lo stock censuario (2021–2023) hanno due perimetri e due intervalli: stanno accanto perché si confermano, ma una cifra dell'una meno una dell'altra non è nulla. I 15.385 nuovi cittadini non sono persone arrivate: erano già qui, e hanno cambiato riga. Dentro il bilancio, poi, l'aggiustamento statistico vale 4.558 persone in sei anni ed è una rettifica anagrafica, non un movimento: resta una voce a parte perché non si sa di quale movimento reale sia il residuo.
- Sul background migratorio si sa chi, non quando. Il censimento dice quanti residenti sono nati all'estero e con quale cittadinanza, non da quanti anni sono qui: «immigrazione recente» è una frase che questi dati non sostengono. E la serie comincia nel 2021: tre anni non dicono una tendenza.
- Non sappiamo da dove vengono. A grana comunale il censimento pubblica la cittadinanza solo come «Unione europea» o «fuori dall'Unione», non per paese, e la serie per singolo paese sta in un'altra fonte che questo progetto non ha ancora scaricato. Quando ci sarà, varrà comunque la cautela di sempre: il paese di origine non è un indicatore di reddito o di disagio, e una mappa che lo colorasse come se lo fosse direbbe una cosa che i dati non dicono.
- Sulle partenze la fonte sottostima, e non dice chi parte. Le 4.440 cancellazioni per l'estero all'anno sono residenti, senza distinzione di cittadinanza: dentro ci sono italiani che vanno a lavorare fuori e stranieri che tornano o ripartono. E sono meno di quante siano davvero, perché cancellarsi dall'anagrafe è un adempimento che chi si trasferisce spesso salta. La cifra è un minimo.
- Sul lavoro si vede la città, non la provincia. L'incrocio fra condizione professionale e cittadinanza il censimento lo pubblica per il solo comune di Brescia: 144.178 italiani e 31.570 stranieri di 15 anni e più, e il capoluogo non è un campione della provincia. Dentro quella tavola il tasso di occupazione, da solo, misura in buona parte le pensioni, e senza la classe d'età non si può standardizzare: la storia delle origini pubblica la composizione e usa il tasso di disoccupazione, che la pensione non deforma.
- Il titolo di studio ha una popolazione sua. Le cifre sull'istruzione della storia delle origini sono sui residenti di 9 anni e più e sono provinciali: nessuno dei loro totali coincide con quelli dello stock, e confrontarli fra loro è l'errore che questa riga esiste per prevenire.
- Niente agricoltura, e non è un dettaglio. Il registro delle imprese non la osserva, quindi in tutta la parte settoriale i comuni della Bassa appaiono meno specializzati di quanto siano.
- Nulla su singole persone o singole imprese. Tutte le tabelle pubblicate qui sono aggregate, e dove il numero è troppo piccolo la fonte lo sopprime: un dato mancante non è uno zero. Una fonte fa eccezione a monte: l'INAIL pubblica un record per singolo infortunio, e la pipeline lo aggrega prima di scrivere proprio perché questa riga resti vera.
- L'aria si misura dove c'è una centralina. Le stazioni sono poche e non stanno a caso: nascono dove il problema era grosso. Dicono cosa hanno respirato loro, non cosa respira la provincia, e nessuna variazione è attribuita a una causa, perché la meteorologia governa la dispersione quanto le emissioni. Dalla stessa rete arriva la pioggia, e lì il segno non è concorde: 7 stazioni in aumento e 5 in calo su 12, cioè non lo sappiamo.
- Niente cause. Nessuna correlazione di questa pagina dimostra che una cosa ne provochi un'altra. Con 205 comuni e sei anni si descrive; non si stabilisce un meccanismo.